Ricostruiamo l'Italia a partire dalla ricerca

Esportiamo cervelli ma perdiamo la sfida mondiale sull'innovazione, sulla scienza e sull'applicazione delle conoscenze. Questo è il paradosso tutto italiano della ricerca pubblica.
I nostri prodotti industriali perdono competitività non perché è alto il costo del lavoro, ma perché sono alti i costi di produzione, le modalità della quale non beneficiano abbastanza di nuove e più innovative tecnologie.
In Italia, oltre al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), abbiamo numerosi centri di ricerca ed enti pubblici che lavorano in diversi campi: dall'energia alla sicurezza, dalla tutela del territorio e degli ambienti marini e montani alla ricerca in campo nucleare e astrofisico, dalle sementi alla fauna, dalla formazione alla didattica, dall'ingegneria alla cantieristica, dai sistemi di valutazione alle analisi economiche. Non ci mancano, dunque, le strutture e il personale specializzato. Manca un progetto e manca una regia. Stato e Regioni non coordinano i rispettivi interventi. Deboli e insufficienti sono gli interventi per creare sinergie di sistema, favorire il trasferimento tecnologico e lo spin off verso industria e territorio. Soprattutto mancano i fondi. Molti di quelli che ci sono rispondono alle suggestioni del momento. Tutti i nostri centri di ricerca, inoltre, vivono grazie al lavoro di personale precario. E questo non è bene, non solo per il lavoratore che non può costruirsi un progetto di vita, ma anche per la ricerca che vive di tempi anche lunghi e deve poter contare su un personale che concluda un percorso avviato.
La nostra ricerca subisce da anni interventi scoordinati, come soppressioni e accorpamenti, commissariamenti, cambiamenti di statuti, limitazioni all'autonomia e soprattutto tagli su tagli di personale e di fondi, a cui si aggiunge il tentativo persistente di smantellare il contratto collettivo di lavoro. Ma senza che tutto questo sia accompagnato da una strategia nazionale di largo respiro che metta queste energie e queste conoscenze anche al servizio di un rilancio della nostra economia e del sistema-paese.

Nel gennaio 2012 la FLC CGIL ha presentato un documento, "Ricostruiamo l'Italia cominciamo dalla ricerca", nel quale, insieme a un'analisi della situazione del settore, si propongono alcune linee di riforma e sistemazione. Il documento è articolato in 5 capitoli: la governance di sistema; nuovo reclutamento e stabilizzazione del lavoro precario; valutazione; la programmazione strategica; la promozione della professionalità attraverso il contratto collettivo.

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Da qualche anno si parla con insistenza di valutazione in base alla quale commisurare i finanziamenti ai progetti di ricerca e agli enti che li promuovono. A parte tutti i penosi aspetti ideologici che hanno pesato sulla discussione, come se la ricerca di base potesse rispondere a logiche di mercato, la valutazione è una cosa seria, soprattutto in un paese come l'Italia dove c'è un deficit di "cultura" della valutazione e della responsabilità. Purtroppo il modello proposto dall'Anvur, tarato sull'università, è di difficile applicazione alle modalità di lavoro negli enti di ricerca. È un modello discutibile e farraginoso, da autorevoli studiosi ritenuto addirittura sbagliato, troppo sbilanciato su indici bibliometrici. Il rischio, addirittura, opposti a quelli che si prefigge e che costringa i ricercatori a lavorare più per la compilazione dei moduli che per i loro progetti. Inoltre mette in piedi un eccessivo e costoso apparato burocratico adibito appunto a valutare le performance dei singoli e del sistema.
Le critiche della FLC non nascondono il rifiuto della valutazione, che, anzi, è ritenuta necessaria per evidenziare eventuali distorsioni del sistema e correggerle e, viceversa, valorizzare e disseminare situazioni virtuose.
Già nel gennaio 2012 è stato diffuso il documento "Anvur e valutazione di sistema. Così non può funzionare. Osservazioni e richieste della FLC CGIL" sul quale si è avviata una discussione approfondita sul modello di valutazione della qualità della ricerca proposto dall'Anvur, il VQR 2004-2010. Dalla discussione che ha coinvolto il mondo dell'università e della ricerca, e non solo gli ambienti sindacali, sono emerse critiche profonde e motivate. Ma il confronto con l'Anvur e con il Miur, nonostante aperture a parole, non ha portato alla revisione del modello.

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