La sindrome di Jurassic Park o della scomparsa dell'infanzia

01/11 - maestro eretico - 14 mi piace
Da "Il mondo perduto" di Michael Crichton, tra un Postman e un Truffaut mi sembra che ormai gli adulti della nostra società siano proprio come i velociraptor di Crichton...


“…il nido dei velociraptor gli sembrava mal costruito e mal tenuto. La cosa lo sorprendeva perché di solito i nidi dei dinosauri comunicavano un’inconfondibile sensazione di ordine. Lo aveva osservato ripetutamente, in tutti gli scavi, dal Montana alla Mongolia. Le uova erano sistemate in cerchi concentrici. Spesso un nido conteneva più di trenta uova, il che faceva pensare che molte femmine dividessero un unico cumulo di fango. Nelle vicinanze di solito si rinvenivano molti fossili di individui adulti, particolare che suggeriva la collaborazione nella cura delle uova. Da alcuni scavi si poteva persino dedurre l’organizzazione dello spazio, col nido al centro e il passaggio esterno in modo da consentire il transito degli adulti senza disturbare le uova in incubazione. In questa rigida struttura, i dinosauri non erano molto dissimili dagli uccelli, i loro discendenti, che davano prova di altrettanta precisione nel corteggiamento, nell’accoppiamento e nella costruzione dei nidi.

Ma i velociraptor si comportavano diversamente. La scena che aveva davanti agli occhi dava un’impressione di incuria, di disordine: nidi mal costruiti, adulti litigiosi, pochi esemplari giovani, gusci infranti, cumuli calpestati. Tutt’attorno c’erano ossicini che dovevano essere i resti dei neonati. I tre raptor più giovani dovevano contendere il cibo agli adulti e molti di loro avevano il corpo coperto di cicatrici. Apparivano denutriti e indietreggiavano non appena un adulto si voltava verso di loro.”



Michael Crichton “Il mondo perduto”, Garzanti, pp. 364-365



“Nell’oscurità, Malcolm riprecipitò nei sogni indotti dalla morfina. Davanti ai suoi occhi comparivano le immagini computerizzate e multicolori che oggi venivano usate per studiare l’evoluzione. In questo mondo matematico di massimi e minimi, le popolazioni di organismi raggiungevano il massimo adattamento, oppure scivolavano in basso, verso il non adattamento. Stu Kauffman e i suoi collaboratori avevano dimostrato che gli organismi avanzati presentano complesse costrizioni interne che li rendono più soggetti a una caduta dal picco ottimale. Ma nel contempo essi stessi sono selezionati dall’evoluzione, in quanto erano stati capaci di adattarsi. Dell’adattamento fanno parte gli strumenti, l’apprendimento, la collaborazione. Ma la possibilità adattativa raggiunta dagli animali non era stata priva di costi. Si era trattato di scambiare un tipo di dipendenza con un’altra. Non era più necessario mutare la forma fisica perché adesso l’adattamento era volto a un comportamento socialmente determinato. Quel comportamento richiedeva un apprendimento. In certo qual modo, tra gli animali superiori, la capacità di adattamento non veniva più trasmessa da una generazione all’altra col DNA, bensì con l’apprendimento. Gli scimpanzé insegnavano ai loro piccoli a catturare le termiti con un rametto. Ciò comportava quantomeno il possesso di una cultura rudimentale, di una vita sociale strutturata. Ma gli animali allevati in isolamento, senza genitori, senza una guida, non mostravano una completa funzionalità. Spesso gli animali negli zoo non erano in grado di badare ai loro piccoli perché non avevano mai visto coi loro occhi come si facesse. Trascuravano i piccoli, o li schiacciavano con il loro stesso peso, oppure addirittura li uccidevano.”
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